UN BLOG MOLTO INTERESSANTE

In realtà, non poi così tanto.

La ciabatta artica

Alle volte mi verrebbe voglia di dire loro di mettere sotto alle inguardabili ciabatte infradito – che sfoggiano 365 giorni l’anno – una bella lama di metallo, così le potranno utilizzare per pattinare sull’Arno quando il fiume si ghiaccia (mai).

L’unica spiegazione alla sempiterna visione di qualche americano\a (soprattutto “\a”) in “flip flop” (onomatopea indicativa di un’attività encefalica al ribasso…) è che credano che qui nel periodo dicembre-febbraio ci sia l’estate, come nei paesi dell’emisfero sud del mondo.
Potrei avallare questa teoria se fosse basata sulla visione della nostra patria televisione (magari nelle vesti di Porta a Porta o di altre amenità simili), che non sfigurebbe di fronte alle emittenti dell’America latina post-dittatoriale, ma non credo che la loro refrattaria propensione ad imparare l’italiano consenta di apprezzare la propaganda governativa made in Italy.

Ma al di là di ogni considerazione di carattere indiziario, come è fisicamente possibile che questa gente non abbia freddo a zero gradi, quando noi italici siamo inseparabili da cappotti e piume d’oca? Ed aggiungo che ci sono anche delle “virtuose” che escono a dicembre la mattina girando per la strada con il seguente corredo:
a) ciabatte infradito
b) t-shirt
c) gli orripilanti leggings
d) capelli bagnati.

Secondo me è colpa degli ogm che mangiano nella loro dieta “da fastfood”, mentre secondo una teoria maggioritaria sono così maiale che hanno sempre caldo.
Ai posteri l’ardua sentenza?

Io, comunque, dopo qualche anno di vita fiorentina, continuo ancora a soprendermi.

“Sono apertissima al dialogo, purché alla fine si faccia come ho detto io.”

—   Maggie Thatcher

“Amica, non cedere alla tentazione dello stivale open toe. Ti ricordi quando le sopracciglia tatuate sembravano un buon compromesso tra bellezza e praticità? Ecco.”

—   Scarpe de Merda

The truth about Pappataci

Ho sempre avuto una fede radicata nelle mie convinzioni, e naturalmente il tempo mi ha dimostrato che ad alcune di esse non ci sono poi così legato. O meglio, ci ero legato, ed ora sto cominciando ad accettare l’idea che potevo sbagliarmi e che non è una tragedia ammettere di aver cambiato opinione.
Contorto come ragionamento, ma se non fosse tale il tutto perderebbe l’aura personale che contraddistingue le mie faccende, no?

Ma se qualcuno non vedesse il dna astruso del mio ragionamento, di certo si stupirà di fronte all’autorevole identità del consigliere spirituale che oggi mi ha spinto a scrivere queste “perle” di saggezza a buon mercato: un ordinario pappataci.

Per chi vive in un posto normale (quindi, non Firenze), il termine “pappataci” (sostantivo maschile già singolare - there’s no such thing as “pappatacio”) non dirà un gran che. E neppure a me diceva qualcosa quando, nell’inverno 2008\2009 (ricordo pure quando!) ne feci la conoscenza. 
Nel rimembrare i tempi andati, vale la pena di riportare il tranciante scambio di battute avvenuto fra me ed uno zio, a casa del quale conobbi il consigliere in mezzo a una tavolata di dolci:


io – “e questo che roba è?”


lui – “è un pappataci, all’uvetta”


io – “buono?”

lui – “si si”

io – “a vederlo non pare”.

L’aria sfigata del dolcetto mi infondeva la granitica certezza che non mi sarebbe piaciuto, e non lo mangiai; lo avevo mentalmente catalogato nella lista delle minchiate che solo gli ottusi e retrogradi miei concittadini possono essere indotti a perpetrare (esempi: affibiare nomi “maschili” tipo Tancredi, Ranieri o simili crudeltà ai neonati, mangiare la terzomondista pappa al pomodoro, credere che la fortuna possa sorridere a una squadra con maglie di colore viola).

Questi ricordi di mangereccia censura mi affioravano ieri a metà mattina, mentre la mia parte funzionante dell’encefalo era occupata nell’attività di masticazione, appunto, di un pappataci, a distanza di un quinquennio dalle mie – ora palesemente disattese – valutazioni gastronomiche.
Anche se sembrerebbe impossibile a prima vista, la premessa può comunque spingere a una riflessione (forse) dignitosa: non è giusto, o comunque non producente, fermarsi alle apparenze delle cose e giudicare sulla base di queste e di nostre labili certezze.
 Come il brutto pappataci, poi rivelatosi gustoso e confortante, ci sono altre occasioni che la vita ci mette davanti e a cui spesso non diamo (o potrei dire semplicemente un sincero “non do”) la chance di realizzarsi.
La causa di questo è un mix di preconcetti e superba autoconvinzione.
Insomma, devo mettere maggiormente in discussione le mie quotidiane determinazioni: non quelle etiche (fortunatamente ne ho), ma quelle che mi rapportano al nuovo, allo sconosciuto. 
Ed in questo devo dire che hanno ragione le nutrite legioni di persone che me lo ripetono da sempre. Fra essi: il padre, i miei amici Wolfang e Grizzly, il reumatologo, ecc. ecc. ecc.
A dispetto delle buone intenzioni appena formulate, devo in concreto affermare che ad oggi ho cambiato idea su pochissime cose: il pappataci è comunque fra queste.

P.S.
ogni personaggio citato in questo blog (me compreso) è reale, ma sotto pseudonimo. L’autore compare con i fantasiosi nomi di “io” o “me”.

Lady Astor:

If I was your wife, sir, I would poison your coffee.

Winston Churchill:

If I was your husband, I would drink it.